Adrian Piper al PAC

di Alain Chivilò

 

Adrian Piper risponde: Nulla. Non esiste cosa, stato, evento o condizione verificabile che si possa assimilare a “razza”. Il termine “razza” non si riferisce a nulla di reale. È piuttosto una fantasia, come la Fatina dei denti, che le persone usano da circa trecento anni per vari scopi di autoesaltazione o autocondanna.

Fare del mio meglio per eliminare il concetto di “razza” dal mio modo di pensare, sostituirlo con idee di origine etnica e geografica empiricamente fondate. Nelle conversazioni cerco di non usare mai la parola “razza” senza evidenziarla con il gesto delle virgolette e alzando gli occhi al cielo. Cerco di non descrivere mai le altre persone con gli aggettivi “nero” o “bianco”, che attualmente mi colpiscono come veri e propri insulti razzisti. Cerco di sostituire termini più precisi, come “rosa”, “avorio”, “color crema”, “beige”, “mogano” e così via. Ma durante una conversazione spontanea, a volte le vecchie parole razziste escono comunque, perché la mia mente è stata profondamente programmata da loro. Mi occupo con attenzione anche di coloro che utilizzano ancora il concetto di “razza” come se significasse qualcosa. Spero di capire per quale motivo una nozione paragonabile in termini metafisici a quella della Fatina dei denti possa essere molto più centrale e molto più difficile da eliminare.

In queste due risposte da un’intervista rilasciata, l’artista Adrian Piper espone sessant’anni della sua attività al PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano, dal 19 marzo al 9 Giugno 2024. Il tema è l0 studio attraverso la rappresentazione artistica sul concetto di razza.

Traditrice (Traditore) della Razza, Race Traitor, è il titolo dato per più di cento lavori divisi tra dipinti, disegni, video, fotografie e installazioni  che rappresentano l’indagine di Piper nei decenni. Come essa stessa afferma “La mia scelta della tecnica è sempre guidata dalle idee particolari che voglio realizzare. Non ho una preferenza per nessuna in particolare”, pertanto all’interno del minimalismo, del concettuale e della performance combattere il razzismo americano diventa un cammino di emancipazione dal termine razza cui ha dovuto condividere.

Artista attivista, filosofa ha sempre creato una costante lotta verso forme sociali quali l’odio, gli stereotipi, la xenofobia, il razzismo e l’ingiustizia, senza dimenticare dibattiti quali la politica, l’identità razziale e di genere.

La retrospettiva al PAC, a cura di Diego Sileo, lungo un progetto di approfondimento iniziato nel 2019, ha avuto prestiti internazionali provenienti da musei come Tate Modern, MOCA, Guggenheim, MCA e MOMA.

Dagli LSD paintings, dalla Art for the Art World Surface Pattern, 1976, a Cornered, un’opera che incita a scavare oltre le convinzioni rispetto alla propria classificazione identitaria del 1989, all’installazione ambientale di What It’s Like, What It Is #3 in una versione nata dalla prima presentata alla mostra Dislocations al MoMA, al 2018 con Das Ding-an-sich bin ich e la serie fotografica Race Traitor denominazione anche della mostra.

Adrian Margaret Smith Piper, a volte provocatrice, è un’artista femminista che non si riassume in poche nozioni perchè tende a ricercare il significato dell’azione simbolica attraverso le sue interazioni con figure autoritarie e governi, istituzioni artistiche ed educative. Lei ha posto quesiti sull’identità e sul sé e sulla “razza”, mettendo in discussione i presupposti fatti sull’identità in relazione al colore della pelle, rivelando il razzismo e l’ipocrisia di fondo della società occidentale (USA) e le sue esperienze di sessismo e misoginia.

Adrian Piper (New York, 20/9/1948) è artista e filosofa. Dal 2005 vive e lavora a Berlino. Dopo un’embrionale fase pittorico-psichedelica Piper si avvicina all’arte concettuale e dal 1967 inizia a lavorare in questa direzione, riflettendo sui concetti di spazio e di tempo attraverso l’impiego di un’estetica minimalista. In questi stessi anni Piper incontra anche la pratica dello yoga e della meditazione, che tutt’ora l’accompagnano. A partire dagli anni Settanta e Ottanta l’artista comincia a servirsi anche della performance e, accresciuta la propria consapevolezza di donna e di appartenente a una minoranza, porta, all’interno del linguaggio concettuale, contenuti d’impegno sociale e politico, affrontando temi come xenofobia, discriminazione razziale e di genere. Dalla fine degli anni Sessanta Adrian Piper si dedica anche allo studio della filosofia divenendo, nel 1987, presso la Georgetown University, la prima donna americana di riconosciuta discendenza africana a ottenere una cattedra accademica nel campo della filosofia. Nel 2011 l’American Philosophical Association le conferisce il titolo di Professore Emerito. Gli anni dagli Ottanta ai Duemila sono segnati da una progressiva alienazione nei confronti della società americana e dell’ambiente accademico in particolare, per questo nel 2005 Adrian Piper fugge dagli Stati Uniti per trasferirsi a Berlino. Le ragioni di questa decisione sono ben raccontate da lei stessa nellla sua autobiografia Escape to Berlin: A Travel Memoir (2018). Nel 2012 inoltre l’artista si congeda dall’ “essere nera”, mettendo in discussione la predeterminata identità di afroamericana che le viene attribuita a livello sociale. Ha vinto il Leone d’Oro come miglior artista alla Biennale di Venezia 2015.

 

©AC, NDSL, AM, Alain Chivilo

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